Le teorie industriali dell’impresa

1. Le diverse teorie dell’impresa

Nel 1910 le principali le imprese del mondo occidentale controllavano più del 15% del valore aggiunto dei mercati. Dopo 50 anni questa percentuale era più che triplicata. Tra gli economisti che si sono occupati della teoria dell’impresa possiamo ricordare W. Baumol, R. Morris, Williamson. Quella più importante è senza dubbio quella Kenneth Galbraith del 1960. Secondo tale teoria, una delle caratteristiche principali dello sviluppo industriale è la presenza di organizzazioni burocratiche che hanno favorito all’interno delle imprese la nascita di una tecnostruttura manageriale. Ciò sta a significare che la gestione aziendale delle imprese viene affidata al gruppo dirigente. Dunque la teoria manageriale dell’impresa tende a distinguere tra proprietà e gestione dell’impresa. Le teorie manageriali dell’ impresa presentano le seguenti caratteristiche:

 

1) estensione dell’orizzonte temporale. Le teorie sull’impresa sin qui studiate parlano della massimizzazione del profitto. Questo è visto come l’unico obiettivo da realizza nel periodo corrente, ovvero nel breve periodo. Mentre, nel lungo periodo le imprese prendono in considerazione non solo il periodo corrente ma anche il futuro. Ciò sta a significare che se un’impresa ha come obiettivo la crescita, essa dovrà sin dall’inizio applicare una politica dei prezzi tale da sacrificare nell’immediato i profitti correnti per ottenere un’espansione successiva;

 

2) comportamento massimizzante. Tali modelli si rifanno al principio della massimizzazione vincolata, poichè tutte le imprese realizzano l’equilibrio dell’impresa in modo univoco. Secondo Bauml, i managers massimizzano il valore della vendita tenendo sempre presente la massimizzazione del profitto, ovvero l’espansione dell’ impresa deve consentire loro di accrescere la forza contrattuale. Le imprese hanno tutto l’interesse a realizzare un profitto che garantisce l’autofinanziamento, ciò spinge i managers ad accrescere le dimensioni dell’organizzazione anche se ciò può significare rinunciare alla massimizzazione dei profitti. Tale modello di Baumol può essere rappresentato graficamente: Grafico 1 e 2 (seguono l'articolo).

 

 Nel grafico 1 OA indica il volume della produzione che permette di massimizzare il totale delle vendite, in corrispondenza di quel valore il ricavo marginale è nullo. In base alla teoria tradizionale la quantità ottima è pari a OB; in corrispondenza di tale valore il ricavo marginale è uguale al costo marginale. Inoltre, la massimizzazione delle vendite dipende dal livello minimo del profitto (che si trova nel grafico 2). Se tale livello è minore di P1 (questo valore si trova nel grafico 2 in corrispondenza della retta parallela all’ascissa), allora OA sarà il livello di produzione prefissato, diversamente l’impresa sceglierà una produzione inferiore ad un prezzo più elevato.