Stereotipi di genere nei giochi e libri per bambini (tratto dal nuovo libro "A brief essay on Gender Equality)

di Giulia Salvatori

 

Da quando sono diventata madre di due bambine, ho acquisito piena consapevolezza della precoce diseguaglianza di genere cui sottoponiamo i bambini sin dalla tenera infanzia, una visione stereotipata e sessista relativa all'attribuzione di caratteristiche psicologiche e comportamentali diverse secondo il genere e alla conseguente spartizione rigida dei ruoli in ambito sociale, professionale e familiare.

Da diversi studi sullo sviluppo dell’identità di genere emerge che il processo di acquisizione dei ruoli ma anche degli stereotipi di genere socialmente condivisi è molto precoce. L’identificazione di un bambino col sesso assegnatogli si raggiunge moto presto e non ci sono elementi per dedurre che questo fenomeno abbia radici biologiche piuttosto che di condizionamenti sociali e culturali appresi già in tenera età (Belotti, 1973). Ritengo estremamente illuminante a tal proposito la tesi di Elena Gianini Belotti (1973, p.7):

“Finchè le origini innate di certi comportamenti differenziati secondo il sesso restano un’ipotesi, l’ipotesi opposta che siano invece frutto dei condizionamenti sociali e culturali cui i bambini vengono sottoposti fin dalla nascita rimane altrettanto valida. [...] Ammesso che ve ne siano, non è in potere di nessuno modificare le eventuali cause biologiche innate, ma può essere in nostro potere modificare le evidenti cause sociali e culturali delle differenze tra i sessi”.

Le differenze biologiche esistono ma ciò che più conta sono l’educazione e le aspettative.

Con l’inizio della scuola, i bambini fanno nuove esperienze, iniziano a costruire dei legami con i pari e altri adulti significativi come gli insegnanti e a partecipare alla vita sociale. È durante questo percorso di crescita che acquisiscono o rafforzano inevitabilmente delle informazioni sui ruoli di genere e la condotta conveniente da tenere per non disattendere le aspettative sociali. Questo avviene non solo osservando i comportamenti delle figure adulte di riferimento ma anche attraverso il gioco, la lettura, i mass media.

La cultura alla quale apparteniamo si serve a tal proposito di tali mezzi a sua disposizione per ottenere dagli individui dei due sessi il comportamento pertinente ai valori che le preme conservare.

È fondamentale in questo processo il ruolo culturale di tutte le agenzie educative, prime fra tutte famiglia e scuola, che debbono assumersi la responsabilità di educare alla parità di genere pur rispettandone e valorizzandone le differenze, per far si che i bambini non vengano ingabbiati in ruoli, compiti e aspettative specifiche ma abbiano gli stessi diritti, meriti, opportunità e riconoscimenti. Il fine ultimo è restituire a ogni individuo la possibilità di svilupparsi nel modo che gli è più congeniale, ampliare l’immaginario, indipendentemente dal sesso cui appartiene.

Oltre a ciò mi preme sottolineare che non sono soltanto le bambine vittime di un condizionamento negativo in funzione del loro sesso ma riprendendo le parole di Margaret Mead (1967, p.22) “il bambino che cresce è modellato altrettanto inesorabilmente come la bambina secondo un canone particolare e ben definito.” Il vero significato del concetto di “parità di genere” non coinvolge solo le donne, sia le bambine che i bambini sono potenzialmente penalizzati da un’educazione sessista e di conseguenza condizionati nel modo di comportarsi, giocare, pensare e sognare
Gli stereotipi pur pesando su entrambi i generi, sembrano però essere per le bambine particolarmente limitanti e tali da mantenere un ordine sociale e simbolico di tipo patriarcale, mentre gli stereotipi che pesano sui bambini consolidano una posizione di dominanza.

La parità dunque non va intesa come omologazione del femminile al maschile ma reale possibilità di pieno sviluppo e realizzazione per tutti gli esseri umani nella loro diversità (Sabatini, 1987).

Passiamo quindi a esaminare gli artefatti tramite i quali sono veicolati e rinforzati tali stereotipi in tenera età focalizzandoci sui giochi e i libri di testo dell’infanzia.

 

 “Giochi da maschio e giochi da femmina”

Avete mai fatto una passeggiata in un negozio di giocattoli? Ebbene troverete reparti tra loro rigorosamente separati, quelli con articoli da “femmina”, in cui primeggia il rosa e le vezzosità, dove sono collocati elettrodomestici in miniatura, cofanetti con trucchi e gioielli, attrezzi per la cura dei capelli, per infilare collane, bambole perfette e truccatissime da emulare come le Barbie e le Winx, il tutto in confezioni tipicamente rosa con una bella bambina sorridente stampata. E poi ci sono reparti destinati ai “maschi” con treni, costruzioni, supereroi e armi. E anche quando il gioco non è per soli maschi spesso lo è la sua rappresentazione: è il caso, per esempio, dei giochi scientifici o tecnologici che ritraggono molto piu spesso bambini che bambine sulle scatole. O ancora se il gioco è destinato a entrambi i generi esiste una “versione femminile” rigorosamente rosa (ad esempio un famoso gioco di costruzioni ha subìto una genderizzazione differenziando i suoi mattoncini e le costruzioni, un tempo neutri, per bambini e bambine), si abbassa il livello delle conoscenze richieste e l’ambito di apprendimento si concentra sulla moda, il trucco, i gioielli.

Il problema principale di questi giocattoli non sono i giochi di per sé, ma il fatto che questi siano rivolti solo ai bambini o solo alle bambine.

Emanuela Abbatecola e Luisa Stagi in  Pink is the new black: Stereotipi di genere nella scuola dell’Infanzia (2017) introducono a riguardo il concetto di “genderizzare”: caratterizzare qualcosa affinchè sia immediatamente chiaro il genere di riferimento, per cui qualcosa è genderizzato quando il suo carattere è o maschile o femminile o quando presenta modelli differenziati per genere. Per maschi blu, celeste e tutti gli altri colori.. macchine, sport che rappresentano competitività, fisicità, virilità. Per le bambine rosa, fiori e fiocchi che rappresentano delicatezza, frivolezza e apparenza e a tal proposito parlano di “pinkizzazione”, processo per cui un prodotto diventa di colore rosa per attrarre il pubblico femminile. Genderizzazione dei giochi e pinkizzazione hanno una grande influenza sui bambini e bambine su cosa possono o non possono scegliere e fare, limita il modo di percepire se stessi e gli altri, il loro agire e le loro potenzialità ed emargina coloro che non si identificano in ruoli e  stereotipi tradizionali.

Analizzando quindi attentamente le offerte delle aziende produttrici di giocattoli si nota questa netta distinzione di genere per cui alle femmine vengono proposti giocattoli che fanno riferimento al lavoro domestico e alla cura della famiglia o che rientrano nell’ambito del culto della bellezza stereotipata e univoca con canoni estetici fuorvianti e innaturali, mentre ai maschi sono rivolti giocattoli che fanno riferimento all’avventura, che valorizzano l’intelligenza, che fanno appello alla tecnica e alle scoperte scientifiche,  alla manualità, che incitano alla violenza o giochi di simulazione del lavoro caratterizzati da successo sociale o forza fisica.  Insomma, le aziende e le campagne pubblicitarie con le loro strategie di marketing rivolte a bambini e genitori non vendono solo giocattoli, ma incoraggiano in modo acritico la ripetizione di ruoli sociali preconfezionati (mogli, madri casalinghe per le bambine ad esempio).

È chiaro quindi come i giocattoli così rappresentati non siano neutri ma rappresentino uno dei più famosi e banali luoghi di riproduzione culturale dei soliti ruoli, riflettano la configurazione della società nella quale sono ideati e fungano da richiamo all’ordine per quanto riguarda le attitudini e i comportamenti ritenuti adatti al proprio sesso.

Qualcosa però sta cambiando. Dopo che i Paesi dell'Europa del Nord hanno fatto da apripista ormai decenni fa, anche diverse associazioni in Europa e in Italia hanno cominciato a realizzare e a portare avanti campagne contro quei giocattoli considerati sessisti. L’associazione “ComunicAttive” prendendo spunto dalla “Campagne contre les jouets sexistes”, realizzata da una rete di associazioni francesi, ha ideato un opuscolo per spingere i genitori a riflettere su come giochi e giocattoli contribuiscano a condizionare l’identità di genere e l’auto rappresentazione di bambine e bambini, contribuendo a riprodurre l’impostazione sessista della nostra società. L’opuscolo si intitola “Gioca Jouer. Guida pratica per salvarti dai giochi sessisti”, ed è nato con la convinzione che rompere questi schemi che proiettano nelle bambine la cura della casa, la maternità e la bellezza come modello unico, e nei bambini l’eroismo e la virilità, possa aprire possibilità di pensiero, di esistenza e di felicità per tutti

A Londra la polemica sul “gender neutrality” dei giocattoli, proposte senza distinzioni e senza collocazioni separate in negozio, si è fatta molto accesa. Hamleys, il negozio di giocattoli più famoso del Paese, ha eliminato i reparti separati per maschi e femmine. Il negozio londinese, ora contiene cartelli che non indirizzano più le bambine al piano rosa e i bambini a quello blu, ma si limitano a elencare su targhe bianche i tipi di giocattoli in vendita: bricolage, macchinine, bambole, senza specificare per chi siano adatti. 

In Italia  “NarrAzioni Differenti”, un blog collettivo, da natale 2013 ripropone la campagna “La discriminazione non è un gioco”, lanciata nel 2012 dal “Medusa Colectivo”, in Cile, che consiste nell’attaccare degli adesivi sui giocattoli considerati sessisti, per aiutare chi compra a capire bene cosa sta acquistando, cioè sessismo, discriminazione, stereotipi.

Una nota positiva è che i giocattoli gender-neutral sono in aumento. Alice Brooks e Bettina Chen sono due ingegneri della Stanford University, convinte che cominciare a esporre le bambine alla tecnologia può creare una generazione d’innovatrici. Poiché, sostengono, ognuna è potenzialmente un’artista, un’architetto, un’ingegnere e una visionaria, hanno ideato “Roominate” , una casa per le bambole che le bambine possono costruire da sole. O ancora possiamo citare il progetto “Cuntala”, che significa “raccontala”, che realizza giochi cooperativi e creativi per inventare storie divertenti insegnando in modo semplice il multiculturalismo e le pari opportunità, contrastando il razzismo, gli stereotipi e i pregiudizi di genere. Tra i personaggi non s’incontreranno principi e principesse e supereroi ma semplicemente persone che svolgono i più disparati mestieri, bambine e bambini differenti per aspetto e colori e tanto altro. E così grazie a quelle 44 carte da gioco, appaiono sulla scena storie di esploratori ed esploratrici, sindaci e sindache, ruspisti e ruspiste…

Termino sottolineando come esponendo le bambine e i bambini a più tipologie di gioco si consenta loro di sviluppare un numero maggiore di competenze e apprendere le abilità necessarie per la vita.

I giochi non possono abdicare al loro compito più importante quale quello di stimolare la creatività, ampliare i sogni e dare a tutte le bambine e bambini un senso di infinite possibilità lasciandoli liberi di giocare come vogliono.

 

“Sessimo nei libri dell’infanzia”

Leggere libri permette ai bambini di conoscere la realtà che li circonda ma anche di entrare in contatto con la propria sfera interiore. La narrazione li aiuta a connettere passato e presente, immaginare il futuro e a capire che le persone agiscono in base a scopi, progetti, valori e legami.

Partendo dal presupposto che i libri di lettura hanno una notevole ricaduta sulla concezione che il bambino crea su se stesso e sul mondo circostante, veicolano messaggi e indicazioni comportamentali, definiscono i rapporti tra i generi, le relazioni tra individui, i desideri e le aspirazioni, i modelli familiari e la suddivisione dei compiti nelle attività quotidiane e di cura, le professioni e la società, è chiaro come l’esperienza letteraria possa contribuire allora all’accettazione o al rifiuto dei ruoli tradizionali.        Attualmente il microcosmo delle fiabe, della letteratura per l’infanzia e dei libri di testo che con le loro storie influenzano lo sviluppo dell’identità dei bambini e delle bambine fornendo modelli semplificati in cui è facile identificarsi, propone ancora schemi semplicistici di mascolinità- femminilità e chiede implicitamente ai propri lettori di assecondare tali modelli immedisimandosi col personaggio appartenente al proprio sesso, diventando così un agente di trasmissione culturale di valori (Biemmi, 2010). Scrive Elena Gianini Belotti (1973, p.106): “Gli autori di libri per bambini si limitano puntualmente a offrire loro un modello-unico che mette d’accordo scuola e famiglia. La letteratura infantile ha quindi puramente la funzione di conferma dei modelli già interiorizzati dai bambini”.

Le fiabe della tradizione propongono donne miti, passive, figlie educate e servizievoli, unicamente occupate alla propria bellezza, madri affettuose,  casalinghe felici e principesse buone e inette, oppure malvagie e streghe; da contraltare le figure maschili sono attive, forti, coraggiose, indipendenti, leali e intelligenti, per cui troviamo un universo popolato da valorosi cavalieri, dotti scienziati e padri severi.

Cenerentola è il prototipo delle virtù domestiche, non fa nulla per uscire da una situazione intollerabile, senza coraggio e dignità; accetta il salvataggio che le è offerto da un uomo sconosciuto, il Principe.

Non è necessario bandire in modo categorico queste vecchie storie ma, ad esempio, per ovviare alle parti non condivisibili, è possibile mettere in discussione quella parte della fiaba così da attivare il pensiero critico nel bambino o cambiare la storia stimolando la creatività.

Nonostante ciò la narrativa per l’infanzia rappresenta una cartina tornasole delle trasformazioni sociali in atto. Se, come denunciava Elena Gianini Belotti (1973), la letteratura per l’infanzia si è fatta tradizionalmente portatrice di una visione sessista e tradizionalista della famiglia e dei ruoli di genere, dobbiamo costatare che negli ultimi anni in Italia si assiste a un notevole rinnovamento dell’immaginario di genere veicolato dai libri per bambini. La produzione editoriale rivolta all’infanzia è in pieno fermento: sono nate case editrici come nel 2013 la Settenove che, a  sostegno dei genitori e degli educatori, si occupa di letteratura per bambini volta a scardinare gli stereotipi di genere; così anche Lo Stampatello e collane come la Sottosopra (edizioni EDT-Giralangolo) nata nel 2014 e curata da Irene Biemmi, con l’obiettivo di promuovere un immaginario alternativo attraverso opere espressamente orientate al principio della parità di genere e all’interscambiabilità dei ruoli maschili e femminili. La Collana si rivolge a lettrici e lettori di 3-5 anni e 6-8 anni, perché è in queste fasce d’età che si giocano in maniera decisiva i processi di identificazione di genere, e che quindi si può pensare di innescare un cambiamento per le nuove generazioni libere da stereotipi e pregiudizi.

Si parte dal presupposto che gli stereotipi di genere siano dannosi e limitanti non soltanto per le giovani lettrici ma anche per i giovani lettori. Non ci si pone solo dalla parte delle bambine, ma anche dei bambini, offrendo alle une e agli altri un ventaglio quanto più ampio possibile di modelli cui attingere per strutturare la propria identità di genere.

I protagonisti delle storie sono bambine e bambini, donne e uomini, liberi di agire, pensare e comportarsi senza vincoli legati al proprio sesso biologico di appartenenza. Si propone una nuova rappresentazione della vita familiare e sociale, ma anche affettiva, all’interno della quale non fa più scalpore un bambino che gioca con una bambola, una bambina che salva il principe, un nonno che cucina e stende la biancheria mentre la nonna è in giro con il trattore…

Leggendo questi libri bambine e bambine si interfacciano con personaggi fuori dagli schemi dettati dalla tradizione, ma forse proprio per questo più aderenti alla realtà e più autentici.

 “Leggere senza stereotipi”, infine, è un progetto dell’associazione “Scosse” nato nel 2012 con lo scopo di creare una sorta di catalogo ragionato che proponga un immaginario libero da stereotipi di genere e non solo. Quest’ondata di rinnovamento non ha tuttavia contaminato l’editoria scolastica.

Il processo di “addestramento” al ruolo maschile e femminile come definito da Elena Gianini Belotti (1973) produce i suoi effetti già dall’ingresso alla scuola dell’infanzia, dove i bambini e le bambine di tre- quattro anni si sono ormai identificati nei rispettivi ruoli e conoscono i comportamenti adatti al loro genere di appartenenza.

La scuola italiana continua a tramandare modelli di mascolinità e femminilità rigidi e anacronistici. Nel 2017 i bambini e le bambine della primaria, nel momento cruciale in cui si approcciano alla lettura e ai saperi, sono costretti a rapportarsi con una cultura scolastica discriminante non rispondente minimamente ai cambiamenti avvenuti a livello sociale.

I libri adottati in un ambiente autorevole come quello scolastico hanno una ricaduta determinante sulla concezione che il bambino crea su se stesso e l’universo circostante e approvano ufficialmente comportamenti appresi in età prescolare da famiglia, mezzi di comunicazione e altre fonti.

Il tema della parità nei testi scolastici fu indagato da Irene Biemmi nell’interessante volume “Educazione sessista. Stereotipi di genere nei libri delle elementari” (2010), che esplora proprio il mondo dei libri di testo e di lettura per le scuole. 

L’autrice ebbe l’idea di condurre uno studio qualitativo e quantitativo sulla rappresentazione dei generi nei testi di lettura proposti nella scuola primaria, scoprendo come fosse promossa e legittimata una cultura sessista, conservatrice piena di stereotipi e disparità etiche e linguistiche, discrepanze, per quantità e qualità, tra la rappresentazione dei modelli maschili e quelli femminili. Qui si trovano uomini forti e coraggiosi impegnati in avventure mirabolanti (dicotomia uomini attivi/ donne passive), padroni della scena e liberi di svolger i mestieri più prestigiosi, accanto a donne dolci e premurosi, madri e mogli che si muovono prevalentemente nel contesto domestico (segregazione spaziale). Nei brani, in riferimento ai protagonisti maschili vengono descritte come naturali le loro azioni decisive, le loro gesta eroiche, i loro viaggi, i loro mestieri, le loro caratteristiche di forza e coraggio, la loro cultura, la loro intelligenza. Le donne, invece, sono rappresentate come timide, indifese, poco determinate, piagnucolose e, nella maggioranza dei casi descritte solo fisicamente: belle, regali, eleganti, docili, e quando si accenna alla bruttezza di qualcuna, si prende un tono denigratorio, quasi che la bruttezza fosse una colpa. Così mentre i testi analizzati relegano e condannano la donna ai lavori domestici, relegano e condannano tutti i maschi a pesanti impegni e responsabilità di lavoro che non tutti sono disposti o capaci di accettare e fare propri (Biemmi, 2010).

Anche da un recente studio di Corsini e Scierri (2016) emerge che la rappresentazione dei generi non solo non è migliorata, ma è leggermente peggiorata negli ultimi anni. Nei libri di lettura per la scuola primaria attualmente in uso ritroviamo, in maniera acuita, tutte le questioni già sollevate diversi anni fa dalla ricerca della Biemmi: i protagonisti maschili sono numericamente il doppio come presenza (vi è un’evidente marginalità femminile che porta a dedurre una scarsa importanza a livello sociale) e la loro presenza aumenta ancor di più nel caso in cui la storia sia ambientata in spazi aperti, oppure nel passato o, ancora, nel caso dei racconti d’avventura; soprattutto l’ambito delle professioni è quello in cui è più evidente il discrimine di genere (92 tipologie professionali per gli uomini a fronte di soli 13 per le donne per lo più relative a ruoli educativi e di cura); i bambini maschi hanno un’ampia possibilità di scelta dei giochi (videogame, costruzioni e altri giochi da montare, treno elettrico, biglie etc.) mentre per le bambine giocare con le bambole è ancora l’attività prevalente. Inoltre tra le attività preferite dei maschi troviamo andare in bicicletta e suonare mentre tra i passatempi prediletti dalle bambine raccontare storie e cucire.

È legittimo allora chiedersi come possano i bambini e le bambine crescere e sviluppare la propria personalità se fin dall’infanzia hanno a disposizione un solo schema in cui identificarsi e con cui costruire relazioni.

È auspicabile a questo punto che un libro di testo fornisca una grande varietà di modelli, situazioni da cui attingere per costruire un’immagine di sé e del mondo esterno più congeniale.

Alla fine degli anni ‘90 del secolo scorso il progetto europeo “Polite” (Pari Opportunità nei Libri di Testo)  aveva elaborato un codice di autoregolamentazione per gli editori scolastici affinchè la prospettiva di genere diventasse criterio orientativo nella stesura dei libri di testo e promuovendo una riflessione culturale, didattica ed editoriale il cui esito fosse quello di ripensare i libri di testo in modo tale che donne e uomini, protagonisti della cultura, della storia, della politica e della scienza fossero presenti sui libri di testo senza discriminazioni di sesso. Tale codice ebbe una scarsa ricaduta, pochi editori aderirono e coloro che lo fecero non riuscirono a produrre libri di testo rispettosi dei principi della parità.

In questo quadro la scuola italiana apre oggi degli spiragli di attenzione alle questioni concernenti la lotta al sessismo e allo sviluppo di una cultura di parità, incentivati anche dal punto di vista istituzionale, basti citare la legge 107/2015 sulla “Buona Scuola” che prevede “l’educazione alla parità tra i sessi, la prevenzione della violenza di genere e di tutte le discriminazioni, al fine di informare e di sensibilizzare gli studenti, i docenti e i genitori” contro femminicidio, omofobia, transfobia.

 

La scuola è e deve essere luogo di promozione di uguaglianza sociale per questo i libri di testo devono diventare motore di un cambiamento sociale che persegue principi di uguaglianza e non discriminazione. 

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