BURNOUT … Siamo tutti bruciati

Oggi tutto è cambiato, i ritmi, i rapporti, la famiglia, la politica, le emozioni ed i momenti del nostro affetto. Oggi tutti siamo senza ricarica, ci consumiamo e basta, bruciamo come un ceppo sul fuoco senza poterci riprendere, senza poter tirare nessun respiro di ricarica emozionale … e questo fenomeno è definibile come sindrome del burnout. Ormai siamo esposti ed indifesi perché tutti i luoghi del nostro vivere si sono ammantati di complessità; la famiglia è un luogo di scontro, il lavoro è divenuto un luogo di realizzazione sociale come mai prima d’ora, la società che ci circonda è una palestra per i risentimenti e ciò ci fa vivere in un “incendio” continuo. Siamo meno legati ai sentimenti e ci siamo vestiti di apparenza. Il lavoro è la vera realizzazione sociale, diviene la nostra identità proiettata verso l’esterno e, nello sforzo di costruirla, abbiamo perso di vista la costruzione del nostro io interiore, abbiamo creato dentro di noi un vuoto pneumatico necessario a sostenere la nostra facciata verso gli altri. Oggi non costruiamo più il nostro essere per vivere bene con gli altri, ma allestiamo altari pseudo lavorativi nel nome di  un’affermazione sociale che è destinata a frantumarsi con la caducità del lavoro stesso. Donna, uomo, giovani: nessuno è immune da questo vangelo del divenire e non dell’essere, da questa corsa verso il simulacro di noi stessi. Cesare Pavese scrisse: “A che serve passare dei giorni se non si ricordano?” e così parimenti a che serve costruire una casa bellissima se nessuno ci abita? A che ci serve costruire un’immagine di noi se non abbiamo l’anima per reggerla? Ecco perché oggi la sindrome burnout è così diffusa: non abbiamo costruito le nostre difese interiori, non siamo più temprati alla vita, non abbiamo più luoghi di gioia.

 

ATTUALI SCENARI

 

Mi trovavo a prendere un tè con una vecchia amica di università, dirigente d’azienda e madre di due bimbi; vista la mia professione il tè è diventato un confessionale da grande fratello e così è partita subito la seduta psicanalitica con il racconto di tutta una serie di sintomi che le hanno fatto fare l’autodiagnosi da stress … (bei tempi quelli in cui i pazienti la diagnosi la chiedevano a te che eri medico, oggi se la fanno da soli, rendendo la tua presenza quasi un nulla cosmico, una specie di obbligo di assenso) In ogni caso mi rendevo conto che i sintomi raccontati erano quelli dalla sindrome del burnout, che ormai colpisce proprio tutti e non solo le helper professions. Da lì a qualche giorno mi trovo a leggere un noto settimanale tedesco che proponeva ai lettori una interessante indagine sul burnout. Ciò che colpiva era che a differenza della casistica tradizionale, ne risultavano colpiti anche alcuni studenti. Il sistema società, attraversa un periodo di profonda trasformazione con l’identificazione di nuove regole di gestione, di relazione, e la letteratura sul burnout diviene sempre più ricca e gli argomenti in discussione sono molteplici. Il termine burnout traducibile in italiano con “bruciato”, “esaurito”, “scoppiato”, esprime metaforicamente uno stato di cedimento psicofisico, ed emozionale, come diceva Cristina Maslach “è un deterioramento dell’anima”. L’individuo è sempre più pressato dal lavoro, dalla famiglia e da… tutto il resto. Ci si spinge sempre più verso l’effimera gioia del successo che consuma energia ed entusiasmo. Troppo tempo è passato dalla concezione del lavoro “Fordista”: nel mondo occidentale il lavoro diventa sempre più legato alle strategie ed ai flussi comunicativi che purtroppo diventano sempre più virtuali, effimeri, astratti, privi di controllo; lo stesso spazio del lavoro è sempre più virtuale, legato ad un modello nippo-americano, dove il fine principale è la competitività. Oggi siamo passati dalla Mass production alla lean production cioè snella, veloce. Seguendo i principi del just in time il burnout inevitabilmente da problema professionale diventa sociale.  Ai lavoratori, ed in particolare alle donne, si chiede più flessibilità, versatilità, e più partecipazione; questo ampliamento di responsabilità a volte può influire fortemente sulla vita lavorativa, specie quando non è corrisposto dallo stesso contributo da parte dell’organizzazione. In molti casi il lavoratore può trovarsi obbligato a controllare una grande parte del processo produttivo, ad individuare i problemi, a cercare soluzioni. Una forte crescita dell’indeterminazione e della indipendenza del lavoratore da garanzie tipiche del mondo del lavoro di un tempo, posto fisso, linearità della carriera ecc..., può produrre notevole frustrazione e di conseguenza un forte burnout. Un’organizzazione non è solo il luogo dove si lavora, ma anche un sistema sociale frutto di relazione, di soluzione e apprendimento, luogo di motivazione, di bisogni e desideri; ecco che allora l’attuale tendenza per ovviare al problema è nella motivazione del management, nell’ empowerment (dall’inglese to empower che si traduce con potenziare, responsabilizzare) al fine di promuovere energia, coraggio, dare maggior consapevolezza per una migliore promozione delle risorse, qualità e benessere del luogo di lavoro.

 

DONNE E LAVORO

 

La Donna oggi è vittima di un sovraccarico psicofisico perché, per adeguarsi a questo nuovo modello di realizzazione esterna, deve essere multi tasking, iperattiva, in corsa continua per completare tutti i pezzi della sua vita.  Il voler essere una professionista affermata, un genitore perfetto o magari impegnato, richiede un adattamento alle richieste fortemente pressanti della società e comporta, inevitabilmente, non avere il tempo di riflettere su che cosa si stia costruendo per se stessi. Cresce il disagio interiore. In ogni forma di lavoro sono infatti sempre presenti fonti di stress, e certamente alcune strutture possono creare più stress e tensioni e conseguente maggior disadattamento a cui segue un forte declino del senso di approvazione. I ritmi sono sempre più incalzanti, le relazioni tra colleghi diminuiscono, si perdono. Certamente le personalità più vulnerabili sono a maggior rischio di burnout; questo non significa che ci sono personalità predisposte, ma solo persone che hanno delle caratteristiche che possono renderle più fragili e vulnerabili. Ognuno di noi dovrebbe conoscersi, ossia sapere che cosa si vuole e in quale direzione si è diretti.

Abrahm Maslow ha delineato le caratteristiche delle persone decise:

1. Capacità di distinguere i fatti;

2. Capacità di percepire i fatti;

3. Mancanza di vergogna e sensi di colpa;

4. Capacità di individuare i problemi, essere riservati; 

5. Presenza di orgoglio e ambizione e soprattutto progetti coerenti con la propria personalità;

6. Creatività e doti di comunicazione.

Questi sono i fattori che sono alla base dell’ empowerment di cui parlavamo prima. Quindi componenti interpersonali, percezione del controllo e auto efficienza e componenti comportamentali, si integrano in una serie di azioni capaci di prevenire e curare il burnout. La sindrome di burnout però purtroppo è espressione di una mancanza di corrispondenza tra quello che le persone sono e quello che spesso debbono fare (o debbono essere), è una malattia che si diffonde nel tempo con impegno, ingoiando e trascinando le persone in una specie di vortice dal quale è difficile riprendersi. Basti pensare a capi del personale che devono licenziare senza un minimo di etica. Il burnout fa si che le persone divengano stressate e di conseguenza ricevano meno supporto nella loro vita personale, perdendo la capacità di gestire i problemi, insomma è facile essere isolati. Vi sono poi notevoli disturbi fisici quali il mal di testa, disturbi gastrointestinali, ipertensione, tensione muscolare e affaticamento cronico; questa sintomatologia definisce il modello complessivo di burnout, che però è difficile da identificare: infatti spesso le cause sul luogo di lavoro sono talmente comuni da renderlo un pericolo strisciante. L’individuo affetto da burnout diviene poi autodistruttivo, con una forte propensione alla depressione. Sicuramente nei fattori causali sul luogo di lavoro coesistono: la componente organizzativa, una carente leadership, un orario troppo lungo, richieste che sono al di sopra delle proprie possibilità; ma in tutti i casi conta molto la componente personale di costruzione interiore dell’individuo: chi è riuscito a costruire un proprio io interiore forte e stabile è maggiormente in grado di gestire cause di stress psicologico anche di grande portata; spesso dipende molto dalla qualità degli stimoli che affluiscono al cervello, o dalla mancanza di stimoli.

Christina Maslach lo descrive come un processo trifasico.

1. La fase dello stress lavorativo fatta da un notevole squilibrio tra risorse e le richieste;

2. Esaurimento, forte tensione, fatica, irritabilità;

3. Difesa, con distacco emotivo.

Da tempo gli studiosi hanno posto l’attenzione sull’aspetto organizzativo ma senza sottovalutare nemmeno l’aspetto culturale. Oggi si riconosce il successo, e si vive continuamente in tensione emotiva; è sui giovani che occorre puntare, adottando già nelle scuole delle metodologie che potenzino le componenti intellettive socio affettive.  Formare uomini e donne con una forte struttura psicologica interna, pronti a raccogliere le sfide del mondo potrebbe essere il primo passo per creare una società più coerente e sicura.

 

 

Articolo di Vittoria Pompó, tratto dal libro "Pensieri Femminili", a cura di Vittoria Pompó (2011)